Il mio capo ha detto di sì.
La mia rigorosissima collega è preoccupata per il mio digiuno.
I pacchi che dovevo fare li ho fatti. Le telefonate pure.
Ho perso sei autobus. Sei. Sei.
Il grafico ha fatto, come sempre, uno splendido lavoro. Tutti lo hanno approvato. Ho chiamato la donna che per giorni ha perseguitato il nostro buon grafico: il lavoro va bene, dice. A me piace. Ma devo sottoporlo al cliente - capisci - il cliente va interpellato.
Capisco? Che, sono collega tua? Quale cliente, io credevo che fossi tu il cliente.
Il mio futuro dipende da una maledetta p.r. romana.
giovedì, dicembre 14, 2006
mercoledì, dicembre 13, 2006
Al mio segnale scatenate l'inferno
Dovrebbero essere le 9.08 di una gelida mattinata di dicembre, e invece sono le 9.27 di una gelida mattinata di dicembre. Tra gente che impreca e ammortizzatori malandati mi è impossibile intercettare lo stacco tra Rhapsody in blue e Gladiator theme, talché mi viene da considerare che c'è una lieve flessione nel leggendario understatement di Gershwin (invece la flessione riguarda l'esuberanza di Hans Zimmer).
Una donna si scusa, ma si è appollaiata sulle mie spalle. Con tutte e due le mani.
Un'altra donna si scusa, ma mi ha quasi troncato un braccio cadendo, e io rispondo "Non è colpa sua" e vorrei aggiungere che è colpa di quel vecchio stronzo dell'autista, dell'assessore al traffico Dio l'abbia in gloria, del sindaco potesse esserci il girone "autobus" nell'inferno cui è destinato, financo di Dio e forse di Prodi ma non di Giorgio Napolitano. In ogni caso le vibrazioni di Zimmer solleticano il mio desiderio di guidare una rivolta contro l'impero.
Il più antico tra i passeggeri del 3 (il che equivale a dire di tutti gli autobus del mondo) quasi piange, un uomo e una donna sulla settantina lo consolano sorridendo rassegnati; poi bestemmia orgogliosamente la Madonna, e i settantenni lo blandiscono sorridendo saggiamente; poi dice "accidenti al boia".
"Via, via, lasciamo stare il boia: dovrà pur campare, anche lui" consiglia paziente il settantenne. Toscana meravigliosa. Va bene la Madonna, ma il boia è veramente troppo.
Scherza con la Madonna ma lascia stare il boia.
Una donna si scusa, ma si è appollaiata sulle mie spalle. Con tutte e due le mani.
Un'altra donna si scusa, ma mi ha quasi troncato un braccio cadendo, e io rispondo "Non è colpa sua" e vorrei aggiungere che è colpa di quel vecchio stronzo dell'autista, dell'assessore al traffico Dio l'abbia in gloria, del sindaco potesse esserci il girone "autobus" nell'inferno cui è destinato, financo di Dio e forse di Prodi ma non di Giorgio Napolitano. In ogni caso le vibrazioni di Zimmer solleticano il mio desiderio di guidare una rivolta contro l'impero.
Il più antico tra i passeggeri del 3 (il che equivale a dire di tutti gli autobus del mondo) quasi piange, un uomo e una donna sulla settantina lo consolano sorridendo rassegnati; poi bestemmia orgogliosamente la Madonna, e i settantenni lo blandiscono sorridendo saggiamente; poi dice "accidenti al boia".
"Via, via, lasciamo stare il boia: dovrà pur campare, anche lui" consiglia paziente il settantenne. Toscana meravigliosa. Va bene la Madonna, ma il boia è veramente troppo.
Scherza con la Madonna ma lascia stare il boia.
domenica, dicembre 03, 2006
Sventro una pecora e ci trovo la sorpresa, porto un dente al guinzaglio
Lingua di Dante un cazzo. Il Kinder si chiama ovetto, ovetto, e lo yorkshire cagnolino.
Fatemi tornare nella civiltà.
Fatemi tornare nella civiltà.
giovedì, novembre 09, 2006
Suttyle
sabato, novembre 04, 2006
Hard-core Chef Express
"...E poi mi dà un tè, al latte".
"Mh-mh".
"Al latte, grazie".
"..." [guarda altrove]
"Mi ci mette un po' di latte, per favore?"
"Mh-mh".
"Senta, faccia così: il latte lo aggiungo io, il tè me lo metta in quel bicchiere più grande".
"Eh?"
"Me lo metta nel bicchiere più grande il tè, lo prendo lungo".
"Nel bicchiere più grande?!"
"Sì. Lo prendo lungo".
"Cosa?"
"Mh-mh".
"Al latte, grazie".
"..." [guarda altrove]
"Mi ci mette un po' di latte, per favore?"
"Mh-mh".
"Senta, faccia così: il latte lo aggiungo io, il tè me lo metta in quel bicchiere più grande".
"Eh?"
"Me lo metta nel bicchiere più grande il tè, lo prendo lungo".
"Nel bicchiere più grande?!"
"Sì. Lo prendo lungo".
"Cosa?"
domenica, ottobre 29, 2006
Male non fare, paura non avere
Sempre qualcosa da nascondere. "Male non fare, paura non avere" (con tutte le sue amiche massime popolari) è precetto che mi raggela; perché è come se mi dicesse: stai in guardia, eh! E forse era questo lo scopo del miserabile autore (non venite a parlare a me, che sono antropologa, del controverso rapporto tra cultura popolare e autorialità).
"Male non fare", mumble. C'è qualcuno (tra i non lobotomizzati) che possa affermare, in coscienza, di non aver fatto male? Sono cattiva io, che ritengo di aver fatto male in più o meno tutte le situazioni della mia vita? La mia è solo grande onestà intellettuale? Sono troppo avanti per sposare una saggezza tarata sulla mentalità contadina?
In proposito si potrebbero sciorinare decine di mottetti, e non necessariamente attinti dalla tradizione italiana. La saggezza zen è una di quelle che mi fanno incazzare di più: "se c'è una soluzione, perché ti preoccupi? Se non c'è una soluzione, perché ti preoccupi?"
Questa è una di quelle che la senti e - se come me sei alla ricerca della cosa facile che ti svolta la vita - dici "ok, ora ho capito. Adesso io divento una persona migliore". Poi arriva un problema, stai per perdere le staffe e mentre l'ufficio prende le sfumature del rosso, le ginocchia non ti reggono, tutto gira e il capo aspetta che tu risponda pensi: ok, un attimo. Non è successo niente. Un attacco di panico non ha mai ucciso nessuno [precetto dell'occidentalissima scuola cognitivo-comportamentale, ah e funziona]. Asp... saggezza zen: se c'è una soluzione, perché ti preoccupi? Se non c'è una soluzione, perché ti preoccupi? [già la collocazione delle virgole mi irrita]
Là Giorgio Nardone e Paul Watzlawick se ne vanno in pausa pranzo, tu sei sola con Confucio che dice la verità. Io me la immagino, la mia faccia, la faccia che vede il capo: nel primo decimo di secondo dice "non ho paura di te. Sono calma. Ho perso la ricevuta del fax, lo so. Ma se l'ho persa, perché mi preoccupo? Se non l'ho persa, perché mi preoccupo?"
Quando mi ritrovo orizzontale sulla scrivania dopo che tutto intorno girava e nella mia testa ancora echeggia "fax - ax - ax- ax", e il mio capo mi tiene le gambe in alto affinché il sangue - che se n'era andato in pausa pranzo con Nardone e Watzlawick - torni a irrorare il cervello - che invece aveva detto "essì, vuoi anche una fettina di culo?" - mi soffermo a pensare. Se l'ho persa, perché mi preoccupo?
Se non l'ho persa, perché mi preoccupo?
Cazzo, ma l'ho persa o non l'ho persa?
L'avevo messa qui, non è che l'ho buttata?
Maestri zen, ma lo capite che mi preoccupo perché non lo so se una fottuta soluzione c'è o non c'è? In Cina funziona diverso? Voi uscite da ogni problema con un "ok, ormai è andata" oppure con "ora ci penso io"?
Concluso lo sfogo, ancora un paio di riflessioni per tornare nel merito: mi piace una frase di De André, di cui sono grande ammiratrice e non me ne vanto affatto, e dice: L'inferno esiste solo per chi ne ha paura. Bella, suggestiva sentenza sulla dicotomia bene/male. Bella sferzata alla saggezza popolare. Poi mi piace una frase di mio nonno, che guarda con aria trasognata me e il mio fidanzato e fa: "I proverbi sono la saggezza dei popoli. Perciò... nun ce lassamm' 'cchiù / ca rint' a nu menuto / fernesce 'a ggioventù".
Io glielo potevo pure dire al nonno "ma guarda che questo non è un proverbio; è una canzone napoletana". Glielo potevo pure dire.
"Male non fare", mumble. C'è qualcuno (tra i non lobotomizzati) che possa affermare, in coscienza, di non aver fatto male? Sono cattiva io, che ritengo di aver fatto male in più o meno tutte le situazioni della mia vita? La mia è solo grande onestà intellettuale? Sono troppo avanti per sposare una saggezza tarata sulla mentalità contadina?
In proposito si potrebbero sciorinare decine di mottetti, e non necessariamente attinti dalla tradizione italiana. La saggezza zen è una di quelle che mi fanno incazzare di più: "se c'è una soluzione, perché ti preoccupi? Se non c'è una soluzione, perché ti preoccupi?"
Questa è una di quelle che la senti e - se come me sei alla ricerca della cosa facile che ti svolta la vita - dici "ok, ora ho capito. Adesso io divento una persona migliore". Poi arriva un problema, stai per perdere le staffe e mentre l'ufficio prende le sfumature del rosso, le ginocchia non ti reggono, tutto gira e il capo aspetta che tu risponda pensi: ok, un attimo. Non è successo niente. Un attacco di panico non ha mai ucciso nessuno [precetto dell'occidentalissima scuola cognitivo-comportamentale, ah e funziona]. Asp... saggezza zen: se c'è una soluzione, perché ti preoccupi? Se non c'è una soluzione, perché ti preoccupi? [già la collocazione delle virgole mi irrita]
Là Giorgio Nardone e Paul Watzlawick se ne vanno in pausa pranzo, tu sei sola con Confucio che dice la verità. Io me la immagino, la mia faccia, la faccia che vede il capo: nel primo decimo di secondo dice "non ho paura di te. Sono calma. Ho perso la ricevuta del fax, lo so. Ma se l'ho persa, perché mi preoccupo? Se non l'ho persa, perché mi preoccupo?"
Quando mi ritrovo orizzontale sulla scrivania dopo che tutto intorno girava e nella mia testa ancora echeggia "fax - ax - ax- ax", e il mio capo mi tiene le gambe in alto affinché il sangue - che se n'era andato in pausa pranzo con Nardone e Watzlawick - torni a irrorare il cervello - che invece aveva detto "essì, vuoi anche una fettina di culo?" - mi soffermo a pensare. Se l'ho persa, perché mi preoccupo?
Se non l'ho persa, perché mi preoccupo?
Cazzo, ma l'ho persa o non l'ho persa?
L'avevo messa qui, non è che l'ho buttata?
Maestri zen, ma lo capite che mi preoccupo perché non lo so se una fottuta soluzione c'è o non c'è? In Cina funziona diverso? Voi uscite da ogni problema con un "ok, ormai è andata" oppure con "ora ci penso io"?
Concluso lo sfogo, ancora un paio di riflessioni per tornare nel merito: mi piace una frase di De André, di cui sono grande ammiratrice e non me ne vanto affatto, e dice: L'inferno esiste solo per chi ne ha paura. Bella, suggestiva sentenza sulla dicotomia bene/male. Bella sferzata alla saggezza popolare. Poi mi piace una frase di mio nonno, che guarda con aria trasognata me e il mio fidanzato e fa: "I proverbi sono la saggezza dei popoli. Perciò... nun ce lassamm' 'cchiù / ca rint' a nu menuto / fernesce 'a ggioventù".
Io glielo potevo pure dire al nonno "ma guarda che questo non è un proverbio; è una canzone napoletana". Glielo potevo pure dire.
Manipolarti m'affatica, mi dà allegria
Ho un'amica che mi riempie sempre di orgoglio per lo sguardo e le parole privi di qualsivoglia pietà che getta su se stessa e che, invariabilmente, mi calzano a pennello.
A volte, perciò, le chiedo pareri chirurgici sulla mia talvolta deprecabile maniera di campare, e affinché il parere sia più preciso possibile mi tocca essere franca quanto disarmata, con puntatine nell'autocompiacimento. Sto per comunicarlo ufficialmente alla parte di mondo che non lo sa: ho una lieve tendenza alla manipolazione. Lo comunico intanto perché non approvo questa mia tendenza, così posso permettere alle mie vittime di prendere delle misure (peraltro compiacendomi perché, come sarà chiaro tra qualche riga, non c'è gusto se non c'è resistenza, preferibilmente strenua, da parte della vittima prescelta). In secondo luogo lo comunico perché sennò non potrei collocare qui questa smilza e perfetta fenomenologia: lo so, sembra che ci sia una sproporzione tra mezzi e fini. Affermo che la sproporzione non c'è. Mi sputtano allegramente per poter regalare al mondo questo:
Questo è. Me ne inebrio.
A volte, perciò, le chiedo pareri chirurgici sulla mia talvolta deprecabile maniera di campare, e affinché il parere sia più preciso possibile mi tocca essere franca quanto disarmata, con puntatine nell'autocompiacimento. Sto per comunicarlo ufficialmente alla parte di mondo che non lo sa: ho una lieve tendenza alla manipolazione. Lo comunico intanto perché non approvo questa mia tendenza, così posso permettere alle mie vittime di prendere delle misure (peraltro compiacendomi perché, come sarà chiaro tra qualche riga, non c'è gusto se non c'è resistenza, preferibilmente strenua, da parte della vittima prescelta). In secondo luogo lo comunico perché sennò non potrei collocare qui questa smilza e perfetta fenomenologia: lo so, sembra che ci sia una sproporzione tra mezzi e fini. Affermo che la sproporzione non c'è. Mi sputtano allegramente per poter regalare al mondo questo:
Il discorso del manipolare è una verità sacrosanta che conosco ed io ho creato un meccanismo perverso che consta di 3 fondamentali passaggi che magari anche tu hai vissuto sia in amicizia che in amore:
1 incappo in qlc che regga al mio manipolare e me ne inebrio;
2 ci lavoro così tanto che alla fine lo faccio cedere su certi aspetti;
3 lo trovo un pò troppo manipolato sui suddetti aspetti e mi stufo.
Cosa vuoi che ti dica... gran meccanismo di merda...
Questo è. Me ne inebrio.
Iscriviti a:
Post (Atom)
